lagazzettadelmezzogiorno.it 28 maggio 2013

di TOTI CARPENTIERI
Arte e impresa nel segno di Bacco. Firmato Claudio Quarta. Una laurea in Biologia con specializzazione in Genetica medica, anni di studi specifici e di indagini, quindi l’industria: la Lepetit. Dapprima la produzione a Brindisi, con la messa a punto di tecniche altamente innovative, seguite dalla ricerca, sino a divenire direttore del centro di ricerche della stessa Lepetit a Gerenzano, a nord di Milano. Poi, in un succedersi accelerato di nomi storici e fondamentali della sperimentazione medica e infine… il vino, nella riscoperta della tradizione e della manualità, e nella decisione di investire nella propria terra e nella sua energia

Arte e impresa nel segno di Bacco. Firmato Claudio Quarta. Una laurea in Biologia con specializzazione in Genetica medica, anni di studi specifici e di indagini, quindi l’industria: la Lepetit. Dapprima la produzione a Brindisi, con la messa a punto di tecniche altamente innovative, seguite dalla ricerca, sino a divenire direttore del centro di ricerche della stessa Lepetit a Gerenzano, a nord di Milano. Poi, in un succedersi accelerato di nomi storici e fondamentali della sperimentazione medica, ecco la Marion- Merrel-Dow, la Hoechst, la Hoechst-Marion-Roussel, l’Aven – tis, la Sanofi-Aventis, ma anche lo sguardo lungo ed intuitivo verso le piccole start up biotecnologiche e il venture capital, la nascita della Biosearch Italia con la quotazione al Nuovo mercato italiano, la successiva fusione con la Versicor di San Francisco nella Vicuron Pharmaceuticals, la sua quotazione al Nasdaq e quindi Filadelfia con tutta la famiglia. E infine… il vino, nella riscoperta della tradizione e della manualità, e nella decisione di investire nella propria terra e nella sua energia. Questa in sintesi, e per ora, l’av – ventura in corso di questo cinquantottenne leccese dal fisico asciutto al limite dello sportivo.

Claudio Quarta con la complicità di Ercole Pignatelli e Paolo Perrone è stato artefice nella nascita e nella messa a dimora, nel giugno duemiladieci, di «Germinazioni», la scultura dell’artista salentino che, all’ingresso del capoluogo barocco, con i suoi dieci metri d’altezza vuole dare il benvenuto all’ospite anche casuale. Un’opera che, in un rincorrersi di volute, presenze vegetali, volumi, frammenti, cornici ed incastri allusivi, rimanda alla storia di questa terra con lo sguardo rivolto verso Oriente. L’antico stabilimento vitivinicolo di Guagnano, recuperato nel segno di «Eméra» e di «Magistravini» è destinato, nel gioco delle altezze, ad ospitare uffici, sale riunioni, degustazioni e quant’altro, oltre che una cantina con suggestiva bottaia ipogea appositamente creata per la produzione del Salice Salentino dop. Quel nettare che caratterizza il territorio cosiddetto del Salice, di cui Guagnano rappresenta la centralità, e che si ottiene dal negroamaro con la possibile aggiunta di malvasia nera fino ad un massimo del 20 per cento.

Notiamo il bozzetto bronzeo di «Germinazioni» che, posto su un tavolino basso, fa quasi da introibo alla sequenza di altre opere (anche il grande murale, dallo stesso titolo, che campeggia nella sala conferenze) di Ercole Pignatelli, il «ragazzo rondine» – per dirla con Raffaele Carrieri – partito dal capoluogo salentino nel millenovecentocinquantatre di cui rammentiamo nel millenovecentottantasei «Il sogno dipinto», prima antologica leccese nel castello di Carlo V. E ci si muove nel rigore dell’architettu – ra d’interni fra spazi ed arredi, che volutamente sembrano cortocircuitare il tempo. Una sequenza di stanze del tesoro (in realtà la bottaia ipogea ricavata dalle cisterne sotterranee) con una pregevole collezione privata di reperti della Magna Grecia: statuette cicladiche, rare lucerne bronzee, amuleti fallici, alabastron, epichisys, kylix, oinochoe, kantharos, crateri a campana apuli. Quindi, una sorta di dinner room, all’interno dei fermentini in cemento, illuminata da una pioggia di forme scultoree in vetro soffiato, al limite del design contemporaneo, che fluttuano nello spazio lasciando trapassare la luce soffusa e la memoria del loro essere state bottiglie.

Lo studio di Claudio Quarta è al piano superiore e, con lo sguardo posato sulla suggestione del «Nocturn lucent» di Ercole Pignatelli, lo sollecitiamo spiegare come d’improvviso si possa decidere di cambiare la propria vita. «L’idea progettuale di Magistravini – risponde – a livello embrionale nasce nel duemilatre. Eravamo ancora negli Stati Uniti e rimanemmo colpiti da quel grosso cambiamento che stava avvenendo nel mondo del vino. La massiva introduzione sul mercato globale del vino omologato stava stimolando una crescente richiesta di vini diversi, espressione più genuina dei terroir di provenienza. Ci convicemmo che l’Italia, frazionata in microterritori, ognuno diverso dagli altri per suolo, clima e tradizione, custode ognuno dei grandi tesori rappresentati dai vitigni autoctoni, potesse rispondere meglio di altri paesi alla nuova domanda del mercato».
Così, aggiunge, «avvertimmo la necessità di dare ascolto al riemergere di quella educazione sentimentale che ti lega alla campagna, mai dimenticata, anche se fai, ormai, un altro mestiere». Perciò, ribadisce, «decidemmo, di rientrare in Italia, con l’intento di realizzare una produzione vitivinicola di qualità, intesa soprattutto come espressione del territorio, pur convinti della contraddizione in essere tra la produzione limitata, tipica di un’area geografica ben definita e i volumi necessari a sviluppare una forza commerciale in grado di competere in ambito internazionale».

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